La Trincea della salvezza
Di Miriam Terruzzi
La visione di Jean Stablinski per la redenzione di un mito.
“Sono stato l’unico corridore ad attraversare la Foresta sia sopra che sotto”
Jean Stablinski
Wallers. Nord della Francia.
Le case tutte uguali di piccoli mattoni rossi, con le finestre dalle quali si guardano i pallidi giorni quassù, il cielo basso e livido, la chiesa grigia, le nere sagome delle torri d’estrazione immobili da decenni. E lei, freccia di luce diritta, la navata di una cattedrale immersa nel silenzio. Come una sposa guarda l’altare pensando al paradiso che l’aspetta, così noi vediamo il fondo nebuloso di Arenberg pensando alla redenzione. Due chilometri di puro inferno che nei giorni di pioggia riporta i neri fantasmi del carbone passato, mescolato alla terra di una trincea apparentemente senza fine.
Oggi la Foresta è legata così indissolubilmente alla Paris-Roubaix da essere quasi una vena pulsante che pompa direttamente al cuore. Ma non è sempre stato così. A sognare per la prima volta questa traversata dell’Acheronte non è stato un ciclista ma un minatore.
Sì, Jean Stablinski pedalava ed era un corridore professionista ma prima di tutto - prima di ogni cosa - era sceso negli angusti cunicoli delle miniere e sapeva cosa voleva dire soffrire.
E un giorno Stab pensò ad Arenberg come il miracolo che avrebbe salvato la corsa per l’eternità.
Dal buio alla luce.
Jean Stablinski nasce nel 1932 a Thun-Saint-Amand, un piccolo comune all’estremo Nord della Francia. Rimane orfano di padre ad appena otto anni e a quattordici comincia a lavorare in una zincheria. Per arrotondare, suonava la fisarmonica alle feste. Fu così che incontrò un corridore che poi lo introdusse al ciclismo dilettantistico. Ma quello che va oltre il palmares di Stab, è il suo essere ciclista e minatore, qualcosa che avrebbe segnato l’immaginario collettivo per sempre, senza che lui potesse prevederlo. Iniziò a vincere in bicicletta, lasciò la zincheria, entrò in miniera. Quella miniera.
Wallers - Arenberg.
Lì conobbe la Foresta come nessun corridore mai potrebbe fare prima o dopo di lui: la percorreva la mattina in bicicletta per andare a lavorare, l’attraversava là sotto, nel suo ventre caldo durante le ore della sua giornata. Nel buio, vedeva. La terra scura sotto Arenberg, il palpitare luccicante del carbone, il nero del vuoto silenzio di uno dei mestieri più duri di tutti: vivere senza mezzi. Ma non senza sogni.
Allora la goccia amara di quei giorni sempre uguali riuscì a scavare fino a lasciare un solco indelebile nella mente di Stab che, anni dopo, quando la Francia voleva chiudere il cuore della Parigi Roubaix in un sarcofago di cemento, pensò che forse quell’inferno poteva veramente condurre al Paradiso.
Arenberg: un violento manifesto contro il progresso.
L’anno è il 1968, i francesi sono indiavolati per una nuova rivoluzione industriale che vuole costruire infrastrutture, collegamenti per i trasporti del futuro: sempre più veloci, sempre più moderni. Le antiche vie romane vengono seppellite dall’asfalto e la Paris-Roubaix è ormai orfana di decine di chilometri di settori in pavè, soltanto ventidue chilometri di gara erano ancora vergini. Il folle, struggente, romanticismo della gara più controversa del pianeta era in pericolo ma il destino sapeva che la sua salvezza era nelle mani di un piccolo Davide che avrebbe sconfitto Golia. Con un sasso, appunto. Anzi, con molti.
Il piccolo minatore Stab portò Jacques Goddet alle soglie della foresta e quando egli vide per la prima volta il pavè sconnesso di Arenberg ne rimase sconvolto. Orribile, fu il suo commento. Passare da lì con la corsa era pressoché impossibile. La condizione del selciato era desolante: i sassi erano distanziati da almeno cinque centimetri - di sicuro una ruota poteva rimanerci secca - e nessuno di loro presentava una forma regolare. Aguzzi, sconnessi, pericolosi. Una trappola infernale proprio a metà della corsa che ne avrebbe fatto un carnaio: cento corridori nella fossa dei leoni, anzi del Leone. Uno solo: quieto, nero come il carbone, con gli occhi di ghiaccio delle infami mattine a Wallers, sopra e sottoterra.
Ma Stab vedeva oltre. Il fascino di quel luogo, la foresta di bianche betulle che si piegavano su quella ferita di pietre, il ponte sospeso come un fuscello tra sogno e realtà: la Tranchée - la trincea, come l’avrebbero chiamata - avrebbe sicuramente ispirato i poeti per lettere dal fronte, crude e dolci parole scritte di fretta, nell’ansia di confessare tutto l’amore per intero.
Lui lo sapeva e Goddet alla fine gli credette. La corsa virò verso il confine e il cerchio si chiuse attorno alla Regina dei cuori a venire. Nacque la corsa come la conosciamo ora, la sonata di pianoforte che ogni Primavera riporta il passato nel presente in una battaglia ad armi pari.
L’eredità di Stab.
Quando Jean Stablinski smise di correre in bicicletta, si mise a fare l’esploratore di pavè. Ogni anno scovava un nuovo tratto da inserire nella corsa e così, con pazienza, la bellezza della Paris-Roubaix fu ripristinata. Oggi, a quasi vent’anni dalla sua scomparsa fisica, l’anima di Stab sembra non aver mai lasciato questi luoghi. Il suo spirito continua a vivere laggiù e quassù, nel sottosopra che ogni anno cento lupi affamati percorrono in cerca della redenzione assoluta. I suoi occhi vegliano questa tranquilla e rabbiosa strada che taglia il bosco in due, sapendo che questa corsa è unica perché, come la vita, ha il potere di rendere possibile l’impossibile.